Perché leggere Clarice Lispector? Perché i
sui libri svaniscono presto dalla memoria, ma lasciano nel petto una
ridda di emozioni che, nel tempo, si fanno compagne di viaggio.
In quasi tutte le storie narrate succede pochissimo e il
massimo dell'attenzione è dedicata alle sensazioni dei personaggi.
Ricorda Marguerite Duras, in certi punti in cui le frasi diventano
brevi, rapide ed essenziali. La descrizione dei fatti non è rilevante,
sembra suggerire Lispector come Duras: è più importante registrare i
mutamenti interiori, le scoperte improvvise, le delusioni segrete, i
cambiamenti intimi, a volte repentini. In altri momenti, invece, la
scrittura diventa ridondante: ogni sostantivo è seguito o preceduto da
un aggettivo, molto spesso imprevisto, insolito, illuminante. La pagina
comunque non risulta mai leziosa o appesantita, ma più intensa e
profonda. Gli aggettivi e le metafore infatti, così ravvicinate,
sembrano condurre sempre più dentro il testo, sempre più nella
profondità del personaggio. Il mondo esteriore quasi scompare, insieme
alle luci, ai rumori: resta l'evidenza trasparente dei pensieri del
personaggio, le sue verità personali, le sue convinzioni. Lispector ci
offre la visione di uomini, ma più spesso donne, nella loro nudità
esistenziale. Uomini e donne scoperti dalle loro paure, dalle loro
piccolezze: assolutamente autentici. Ma anche purificati da qualunque
orpello ed esigenza letteraria. L'autrice infatti non sembra curarsi
particolarmente dei bisogni del romanzo, del plot in sostanza, ma
soltanto dei suoi personaggi, che segue da vicino, fianco a fianco,
pagina dopo pagina, fino all'epilogo. Epilogo che di solito resta
aperto, anche quando è la morte a concludere il racconto. Non si trova
infatti nelle ultime righe, ma neppure nel resto del testo comunque,
alcun giudizio morale, né la pretesa di chiarimenti e spiegazioni. Le
storie sembrano semplicemente interrotte, ma non monche, non prive di un
qualche elemento utile perché il lettore possa farne un uso del tutto
personale, e formulare ipotesi proprie, soggettive.
Nei libri di Clarice Lispector sembra non accadere nulla e
ci si dimentica presto degli eventi narrati, della sequenza temporale,
delle ambientazioni, ma non - mai- dell'atmosfera del libro. Il dolore
vissuto dal personaggio, oppure la sua solitudine, oppure la sua
ingenuità, restano dentro il lettore e vengono quasi assimilati come
esperienze proprie. Si ha l'impressione, spesso, di aver incontrato
personalmente l'uomo o la donna di cui ci ha parlato l'autrice: se ne
potrebbero descrivere certi atteggiamenti, certe pose, certe
caratteristiche come se le avessimo avute sotto gli occhi molto a lungo.
Le donne di Lispector sono tutte le donne, ognuna vi può
riconoscere qualcosa di proprio. Soprattutto nella descrizione di quelle
piccole delusioni, di quelle brevi ferite e di quei moti di speranza
segreti, indicibili, che così spesso, non trovando risposta, restano
come abbandonati in fondo all'animo.
Donne vere sempre, cento anni fa e tra cento anni ancora.
Perché ciò che è dell'individuo non conosce tempo e riguarda tutti.
Cambiano senz'altro le sembianze, i contorni, le ambientazioni: ma
quelle non sono davvero importanti. E questa autrice lo sapeva
benissimo.
VICINO AL CUORE SELVAGGIO
Soltanto delle immagini: una bambina che non sa come
occupare il tempo e che ha pensieri troppo grandi, tanto da non riuscire
a comunicarli. Una bambina un po' abbandonata a se stessa. E dopo, una
ragazza che continua a pensare troppo ( ma esiste il troppo in questo
campo?), che registra gli avvenimenti in base alle sensazioni che prova,
che attraversa la vita con aria apparentemente tranquilla e neutrale,
mentre dentro tutto la colpisce, la stimola, la interroga. Colpisce la
solitudine di questa donna, Joanna, e l'anelito frustrato verso il
marito indifferente, verso un amante taciturno. Così come il suo senso
di estraneità verso le cose, gli accadimenti, il tempo e, insieme, la
sua vitalità profonda e intensa. Sì, ha l'aria di un essere selvaggio,
che si muove a tentoni in un mondo perfettamente sincronizzato ma cieco e
sordo e, forse, un tantino ottuso.
IL SEGRETO
Clarice Lispector ha scritto questo romanzo dopo "Vicino al
cuore selvaggio". E' il suo secondo libro dunque e assomiglia molto al
precedente per atmosfere e temi. Un'altra donna, Virginia (perché penso
così spesso alla Woolf leggendolo? Solo per il nome in comune?), vive
un'infanzia trasognata e intensa. Innamorata del fratello (troppo
occupato da sé per badarle) appare lontanissima dai genitori, dalla
sorella, dalla casa, seppur amati. A tratti ci si perde nei pensieri
vorticosi di Virginia, se ne resta come storditi per l'intensità. In
certe frasi il senso mi sfugge, mi appare criptico ma musicale come una
poesia. Infatti continuo a leggere affascinata dai suoni più che dal
significato per poi riemergere, dopo alcune pagine, con un nuovo stimolo
a continuare, incuriosita dunque, anzi interessata. Virginia cresce, va
a vivere in città, il fratello la lascia. Diventa l'amante di un uomo
per cui non sa cosa provare. E' sola, la casa e la famiglia lontane, e
pensa, pensa, pensa. Ma è così occupata a riflettere su tutto che troppo
spesso si perde dentro le proprie elucubrazioni. La si sorprende dentro
giornate di noia e di vuoto, di depressione e di ansia, di fobie che
vanno e vengono. Sembra in attesa, come sospesa nei giorni. Cosa
aspetta? Chi aspetta? Forse, se riuscisse ad innamorarsi.. Ma come può
amare un essere così sensibile, attento, vulnerabile? Nessun uomo
sarebbe mai abbastanza.
Il mondo le è estraneo: va alle feste senza partecipare
veramente, parla con gli altri ma vorrebbe tacere. Esce ma preferirebbe
dormire. E mangia, mangia compulsivamente, senza sapere il motivo di
tanta voracità. Un vuoto d'amore? Virginia è una donna sfortunata, ma anche troppo fragile per
prendere in mano la propria vita ed imporla. Non ce la fa,
semplicemente. E nell'unico momento in cui crede finalmente di aver
accumulato abbastanza energia ( durante un viaggio a casa, dalla sua
famiglia) per poter affrontare una nuova esistenza, per poter tentare di
amare, per poter fare progetti... muore. E le persone che la soccorrono
ne approfittano per parlarne male e per insultarla. Dunque, incompresa
fino alla morte. Una morte che conclude un'esistenza che sembra rubata,
perché mai profondamente posseduta.
L'ORA DELLA STELLA
L'io narrante corrisponde ad uno scrittore un po' annoiato.
E' interessante scoprire come si possa non aver alcuna voglia di
scrivere un libro ma esserci spinti dalla storia, dai personaggi, che,
seppur inventati, sono del tutto reali dentro l'autore. La descrizione
dell' ingenuità dei protagonisti, dell'ignoranza, delle meschinità, è
strepitosa. Non si può non restarne coinvolti e quindi ridere di loro,
sbeffeggiandoli anche per la stoltezza e il cattivo gusto, pur
provandone un'assoluta pietà. E questo credo sia possibile perché
Lispector racconta una storia dura e triste, ma senza utilizzare un tono
melenso. Semplicemente lei registra i fatti, consegnandoceli così come
sono, senza interferire, senza giudicare o spiegare. Racconta una storia
restandone tranquillamente al di fuori.
L'ora della stella corrisponde al momento in cui la
protagonista muore, in un incidente stradale (anche lei!). Il guidatore
scappa (come ne "Il segreto") e una vita, che forse stava proprio in
quell'istante per sbocciare ad una realtà finalmente avvicinabile, in
qualche modo più comprensibile, viene bruscamente interrotta.
Non c'è spiegazione a tale ingiustizia perché il libro è
assolutamente realistico e dunque non può offrire consolazioni.
LEGAMI FAMILIARI
Racconti come cristalli. Perfetti, preziosi. Istantanee di
un mondo attualissimo ed eterno: universale. Le protagoniste sono vive,
autentiche: sono tutte le donne del mondo, dentro. E sono regolarmente
tradite, deluse nei loro aneliti più profondi. Perché così è, la maggior
parte delle volte. Nessun racconto offre una conclusione definitiva,
ragionevole. Hanno tutti un finale aperto, criptico, inspiegabile, del
tutto sospeso, ma spesso fluido e musiale come poesia.
La descrizione degli animali dello zoo nel racconto
intitolato "Il bufalo" è una gioia: la giraffa è davvero una ragazza con
le lunghe trecce; il cammello è di stoppa; l'elefante sopporta il suo
peso con dentro agli occhi una bontà da vecchio; le scimmie sono felici
come piante; l'ippopotamo è un rotolo adiposo di carne. Descrizioni
esemplari, che evidenziano il valore insostituibile della metafora,
l'arte minuziosa dell'affabulazione.
L'arte di una grande scrittrice.