“ Si scrive ciò che si sente e si vive. Si scrive con tutto il proprio essere. E’ la sola maniera di essere onesti, di essere se stessi”.

Ivy Compton-Burnett

venerdì 28 giugno 2013

SIBILLA ALERAMO, autografo


La poesia intitolata "Si alla terra" da il titolo ad una raccolta di versi pubblicata nel 1935 da Mondadori. Ho scovato il dattiloscritto originale, qui di seguito riprodotto, preso una libreria antiquaria di Roma. Il testo, come si può notare, riporta le correzioni iniziali fatte da Sibilla Aleramo e la sua firma in calce.
E' molto emozionante, per me come per tutti coloro che scrivono a amano visceralmente i libri, poter disporre di questo raro "reperto" e constatare le incertezze e i dubbi che attraversano la mente del poeta, qualunque poeta, anche dal successo consolidato, prima di consegnare una versione definitiva per la stampa. Tramite gli appunti personali si riesce ad avvicinare maggiormente l'autore alla sua opera, intravedendo nelle correzioni tutto l'impegno che accompagna un progetto letterario, ma anche la passione di chi scrive per il proprio faticoso "mestiere".


NATALIA GINZBURG, la vita di tutti i giorni



Della scrittura di Natalia Gizburg mi restano sensazioni e immagini precise, pulite e luminose. Quasi che tutti i suoi racconti e i suoi romanzi, le migliaia di parole lette voracemente, ora in me si coagulassero in pochi quadri: la campagna, la povertà, i legami famigliari, l'ironia di ragazzine argute e indomite. Non ricordo grandi amori ma grandi processi di crescita, naturali e intensissimi, e uno stile che affascina: le parole lente, piane, misurate. E poi le ripetizioni, i vocaboli quotidiani e inequivocabili, a volte resi buffi dall'usura. Non c'è niente di altisonante nei suoi racconti, niente di urlato. La storia si dispiega armoniosa pagina dopo pagina, tanto che ogni interruzione della lettura risulta molesta.
Scrivere, per la Gizburg, significa scrivere della vita nella sua grandiosa semplicità, e raccontare le storie di tutti, mai straordinarie eppure speciali, totalmente coinvolgenti.
In "LESSICO FAMIGLIARE" è memorabile l'invenzione delle parole all'interno di un nucleo famigliare come tanti, dove il lessico serve a conservare unità e calore anche quando i fatti tendono ad allontanare. Neologismi che creano un'intimità quasi inconsapevole.
La "negrigura" per esempio. Gli insulti colti: "è un sempio". Le tenerezze: "fufiguerri" sono i segreti e "scherzettini" le barzellette. Le scorciatoie: "il trattamento" per indicare una merenda a base di tè e biscotti e il "mezzorado" per lo yogurt rigorosamente fatto in casa.
Tutte le famiglie hanno forse un lessico interno, proprio, che serve a creare unità, a comunicare in un codice che escluda gli estranei. Forse nasce solo dall'abitudine alla vita in comune, forse dal desiderio di "far fronte comune".
Mio padre diceva "salta giù dalla pianta" per ammonirmi ad aprire gli occhi, e mia madre, quando non era in forma: "ho la pecondria". E quante parole troncate, travisate, tra me e i miei fratelli. Una roulotte era per noi "un'aurulot" ; i cartoni animati erano "i cartoni alimati" e la sacca termica per il pic-nic "il contenitore". Conoscere i termini esatti non faceva differenza: ci ridevamo sopra. Chiusi nel bozzolo protettivo del nostro mondo potevamo anche permetterci di usare le parole in malo modo e di inventare strafalcioni: tra noi ci capivamo benissimo e solo questo contava, rassicurandoci.
I saggi contenuti nei volumi "MAI DEVI DOMANDARMI" e "LE PICCOLE VIRTU'" sono autentiche perle rare. Qualche esempio?
In "MAI DEVI DOMANDARMI" il capitolo intitolato "La pigrizia" è di grande sollievo, soprattutto per chi ha deciso di dedicarsi alla scrittura in una società che è interessata unicamente a fare, fare, fare. La Gizburg confessa di non soffrire di grossi sensi di colpa, considerando la pigrizia come una caratteristica dell'essere, non necessariamente un difetto o una manchevolezza, che spesso racchiude il bisogno di tempo per pensare, fantasticare e sognare. Dunque un tempo più che mai attivo e vitale.
Della famosa poetessa Emily Dickinson, nel capitolo "Il paese della Dickinson", che considerava acida, noiosa e melensa, scopre la forza e la determinazione, il coraggio di restare nell'ombra per tutta la vita, così contrastante col bovarismo moderno di gente che crede di aver sempre diritto a qualcosa di meglio o ad un premio per ogni più piccolo sforzo. Di uomini e donne che si sentono segretamente destinati ad altro, al meglio, e per questo si piangono addosso in ogni occasione.
Nel capitolo "Cent'anni di solitudine", dedicato al romanzo di Gabriel Garcia Marquez, scrive: " Si è diffusa l'idea che sia una colpa abbandonarsi a romanzi, che il romanzo è evasione e consolazione, e necessario è non evadere e non consolarsi, ma stare fermamente inchiodati nel mezzo della realtà. Siamo oppressi da un senso di colpa nei confronti della realtà…" E ancora: "… i romanzi veri hanno il prodigio di restituirci l'amore alla vita e la sensazione concreta di quello che dalla vita vogliamo."
Oh sì, i romanzi indispensabili come il pane e l'acqua, apparentemente inutili eppure immortali. Com'è vero!
Ma il volume è anche ricco di consigli pratici per aspiranti scrittori. Per esempio, a proposito della critica letteraria (capitolo "La critica"), consiglia ad ogni scrittore di non dare peso ai giudizi e al successo, perché conta di più credere nella propria opera, amarla, qualunque sorte gli tocchi e lasciarsi consolare dal piacere di averla scritta quella storia. Ha ragione senz'altro, eppure ogni autore sa quanto è dura sentirsi invisibili agli occhi del mondo e non poter condividere con altri la gioia e l'emozione di aver scritto quella storia! E infatti più avanti nel libro, nel capitolo "Gli interlocutori", affronta anche il bisogno dello scrittore di sentirsi ascoltato e capito. Ammette che chi scrive deve avere degli interlocutori (tre o quattro) fidati e fedeli, che lo proteggano dal timore di scrivere cose inutili e quindi di essere inutile, dalla sensazione di farneticare in solitudine. Il pubblico in fondo, dice, non è altro che un'estensione di questa minuscola platea e non deve fornire un giudizio critico, ma conforto e partecipazione. Vanno bene dunque gli amici o i famigliari, purché siano attenti e interessati.
E' curioso questo punto di vista, perché di solito, sono proprio questi giudizi "di parte", così affettuosi, che non aiutano a crescere, a migliorarsi e a capirsi più a fondo. E' l'estraneo, invece, che può indirizzarci verso i nostri punti di forza, occupandosi del testo e non di chi l'ha scritto, cercando di essere oggettivo e non di consolare. Solo dal di fuori, dagli estranei, dal mondo, può infatti venire il vero riconoscimento del lavori di scrittura come bene universale. Poi però mi chiedo: trattandosi di un'attività così personale e intima come la scrittura, si può davvero slegare il prodotto dal suo creatore?
L'ultimo saggio, "Ritratto di scrittore", è dedicato al senso di colpa vissuto da chi scrive, ai momenti bui, di vuoto. Racconta della paura di non aver più nulla da dire e della gioia delle frasi ritrovate. Nelle ultime tre righe del breve testo la Gizburg riesce a sintetizzare tutto il senso di questo duro "mestiere" e dice dello scrittore: "…si è chiesto se scrivere era per lui un dovere o un piacere. Stupido. Non era né l'uno né l'altro. Nei momenti migliori, era per lui come abitare la terra."
Riprende il tema nel pezzo intitolato "Il mio mestiere" raccolto nel volume "LE PICCOLE VIRTU'", descrivendo con estrema semplicità tutto il dolore e la gioia che la scrittura si porta dietro, l'esigenza e la condanna della solitudine. Parla di un "mestiere" che è semplicemente l'accettazione di un dono, che "non è mai una consolazione o uno svago, non è una compagnia." Ciò nonostante "ci aiuta a stare in piedi, a tenere i piedi ben fermi sulla terra, ci aiuta a vincere la follia e il delirio, la disperazione e la febbre".
E scusate se è poco.

CLARICE LISPECTOR, prezioso infinitesimale



Perché leggere Clarice Lispector? Perché i sui libri svaniscono presto dalla memoria, ma lasciano nel petto una ridda di emozioni che, nel tempo, si fanno compagne di viaggio.
In quasi tutte le storie narrate succede pochissimo e il massimo dell'attenzione è dedicata alle sensazioni dei personaggi. Ricorda Marguerite Duras, in certi punti in cui le frasi diventano brevi, rapide ed essenziali. La descrizione dei fatti non è rilevante, sembra suggerire Lispector come Duras: è più importante registrare i mutamenti interiori, le scoperte improvvise, le delusioni segrete, i cambiamenti intimi, a volte repentini. In altri momenti, invece, la scrittura diventa ridondante: ogni sostantivo è seguito o preceduto da un aggettivo, molto spesso imprevisto, insolito, illuminante. La pagina comunque non risulta mai leziosa o appesantita, ma più intensa e profonda. Gli aggettivi e le metafore infatti, così ravvicinate, sembrano condurre sempre più dentro il testo, sempre più nella profondità del personaggio. Il mondo esteriore quasi scompare, insieme alle luci, ai rumori: resta l'evidenza trasparente dei pensieri del personaggio, le sue verità personali, le sue convinzioni. Lispector ci offre la visione di uomini, ma più spesso donne, nella loro nudità esistenziale. Uomini e donne scoperti dalle loro paure, dalle loro piccolezze: assolutamente autentici. Ma anche purificati da qualunque orpello ed esigenza letteraria. L'autrice infatti non sembra curarsi particolarmente dei bisogni del romanzo, del plot in sostanza, ma soltanto dei suoi personaggi, che segue da vicino, fianco a fianco, pagina dopo pagina, fino all'epilogo. Epilogo che di solito resta aperto, anche quando è la morte a concludere il racconto. Non si trova infatti nelle ultime righe, ma neppure nel resto del testo comunque, alcun giudizio morale, né la pretesa di chiarimenti e spiegazioni. Le storie sembrano semplicemente interrotte, ma non monche, non prive di un qualche elemento utile perché il lettore possa farne un uso del tutto personale, e formulare ipotesi proprie, soggettive.
Nei libri di Clarice Lispector sembra non accadere nulla e ci si dimentica presto degli eventi narrati, della sequenza temporale, delle ambientazioni, ma non - mai- dell'atmosfera del libro. Il dolore vissuto dal personaggio, oppure la sua solitudine, oppure la sua ingenuità, restano dentro il lettore e vengono quasi assimilati come esperienze proprie. Si ha l'impressione, spesso, di aver incontrato personalmente l'uomo o la donna di cui ci ha parlato l'autrice: se ne potrebbero descrivere certi atteggiamenti, certe pose, certe caratteristiche come se le avessimo avute sotto gli occhi molto a lungo.
Le donne di Lispector sono tutte le donne, ognuna vi può riconoscere qualcosa di proprio. Soprattutto nella descrizione di quelle piccole delusioni, di quelle brevi ferite e di quei moti di speranza segreti, indicibili, che così spesso, non trovando risposta, restano come abbandonati in fondo all'animo.
Donne vere sempre, cento anni fa e tra cento anni ancora. Perché ciò che è dell'individuo non conosce tempo e riguarda tutti. Cambiano senz'altro le sembianze, i contorni, le ambientazioni: ma quelle non sono davvero importanti. E questa autrice lo sapeva benissimo.

VICINO AL CUORE SELVAGGIO
Soltanto delle immagini: una bambina che non sa come occupare il tempo e che ha pensieri troppo grandi, tanto da non riuscire a comunicarli. Una bambina un po' abbandonata a se stessa. E dopo, una ragazza che continua a pensare troppo ( ma esiste il troppo in questo campo?), che registra gli avvenimenti in base alle sensazioni che prova, che attraversa la vita con aria apparentemente tranquilla e neutrale, mentre dentro tutto la colpisce, la stimola, la interroga. Colpisce la solitudine di questa donna, Joanna, e l'anelito frustrato verso il marito indifferente, verso un amante taciturno. Così come il suo senso di estraneità verso le cose, gli accadimenti, il tempo e, insieme, la sua vitalità profonda e intensa. Sì, ha l'aria di un essere selvaggio, che si muove a tentoni in un mondo perfettamente sincronizzato ma cieco e sordo e, forse, un tantino ottuso.

IL SEGRETO
Clarice Lispector ha scritto questo romanzo dopo "Vicino al cuore selvaggio". E' il suo secondo libro dunque e assomiglia molto al precedente per atmosfere e temi. Un'altra donna, Virginia (perché penso così spesso alla Woolf leggendolo? Solo per il nome in comune?), vive un'infanzia trasognata e intensa. Innamorata del fratello (troppo occupato da sé per badarle) appare lontanissima dai genitori, dalla sorella, dalla casa, seppur amati. A tratti ci si perde nei pensieri vorticosi di Virginia, se ne resta come storditi per l'intensità. In certe frasi il senso mi sfugge, mi appare criptico ma musicale come una poesia. Infatti continuo a leggere affascinata dai suoni più che dal significato per poi riemergere, dopo alcune pagine, con un nuovo stimolo a continuare, incuriosita dunque, anzi interessata. Virginia cresce, va a vivere in città, il fratello la lascia. Diventa l'amante di un uomo per cui non sa cosa provare. E' sola, la casa e la famiglia lontane, e pensa, pensa, pensa. Ma è così occupata a riflettere su tutto che troppo spesso si perde dentro le proprie elucubrazioni. La si sorprende dentro giornate di noia e di vuoto, di depressione e di ansia, di fobie che vanno e vengono. Sembra in attesa, come sospesa nei giorni. Cosa aspetta? Chi aspetta? Forse, se riuscisse ad innamorarsi.. Ma come può amare un essere così sensibile, attento, vulnerabile? Nessun uomo sarebbe mai abbastanza.
Il mondo le è estraneo: va alle feste senza partecipare veramente, parla con gli altri ma vorrebbe tacere. Esce ma preferirebbe dormire. E mangia, mangia compulsivamente, senza sapere il motivo di tanta voracità. Un vuoto d'amore? Virginia è una donna sfortunata, ma anche troppo fragile per prendere in mano la propria vita ed imporla. Non ce la fa, semplicemente. E nell'unico momento in cui crede finalmente di aver accumulato abbastanza energia ( durante un viaggio a casa, dalla sua famiglia) per poter affrontare una nuova esistenza, per poter tentare di amare, per poter fare progetti... muore. E le persone che la soccorrono ne approfittano per parlarne male e per insultarla. Dunque, incompresa fino alla morte. Una morte che conclude un'esistenza che sembra rubata, perché mai profondamente posseduta.

L'ORA DELLA STELLA
L'io narrante corrisponde ad uno scrittore un po' annoiato. E' interessante scoprire come si possa non aver alcuna voglia di scrivere un libro ma esserci spinti dalla storia, dai personaggi, che, seppur inventati, sono del tutto reali dentro l'autore. La descrizione dell' ingenuità dei protagonisti, dell'ignoranza, delle meschinità, è strepitosa. Non si può non restarne coinvolti e quindi ridere di loro, sbeffeggiandoli anche per la stoltezza e il cattivo gusto, pur provandone un'assoluta pietà. E questo credo sia possibile perché Lispector racconta una storia dura e triste, ma senza utilizzare un tono melenso. Semplicemente lei registra i fatti, consegnandoceli così come sono, senza interferire, senza giudicare o spiegare. Racconta una storia restandone tranquillamente al di fuori.
L'ora della stella corrisponde al momento in cui la protagonista muore, in un incidente stradale (anche lei!). Il guidatore scappa (come ne "Il segreto") e una vita, che forse stava proprio in quell'istante per sbocciare ad una realtà finalmente avvicinabile, in qualche modo più comprensibile, viene bruscamente interrotta.
Non c'è spiegazione a tale ingiustizia perché il libro è assolutamente realistico e dunque non può offrire consolazioni.

LEGAMI FAMILIARI
Racconti come cristalli. Perfetti, preziosi. Istantanee di un mondo attualissimo ed eterno: universale. Le protagoniste sono vive, autentiche: sono tutte le donne del mondo, dentro. E sono regolarmente tradite, deluse nei loro aneliti più profondi. Perché così è, la maggior parte delle volte. Nessun racconto offre una conclusione definitiva, ragionevole. Hanno tutti un finale aperto, criptico, inspiegabile, del tutto sospeso, ma spesso fluido e musiale come poesia.
La descrizione degli animali dello zoo nel racconto intitolato "Il bufalo" è una gioia: la giraffa è davvero una ragazza con le lunghe trecce; il cammello è di stoppa; l'elefante sopporta il suo peso con dentro agli occhi una bontà da vecchio; le scimmie sono felici come piante; l'ippopotamo è un rotolo adiposo di carne. Descrizioni esemplari, che evidenziano il valore insostituibile della metafora, l'arte minuziosa dell'affabulazione.
L'arte di una grande scrittrice.

MARGARET ATWOOD, una quotidiana poesia

 
Qualcosa di Margaret Atwood, tra i tanti libri pubblicati.
"Tornare a galla" è un romanzo che regala sensazioni intense, vibranti. E' il viaggio di ritorno alla natura, all'origine, all'essenzialità (e quindi alla verità) di una donna congelata dal dolore e dalla paura. E tornare alla natura in questo caso vuol dire davvero riappropriarsi del proprio corpo e di uno spazio "vergine" in cui muoversi. Un'isola selvaggia dunque, con la foresta, il lago dalle acque gelate, gli animali e gli uccelli. E poi: mangiare foglie e radici, dormire nella terra, correre nuda tra gli alberi intricati. Atti primordiali, purificanti e liberatori. Gesti e movimenti che la protagonista finalmente si concede nel tentativo di recuperare la propria vita. Tempo che lei pretende per se stessa, per capire e per entrare in contatto col passato, coi morti, gli dei, con le emozioni che si è negata così a lungo. Un libro vivifico, che dona energia, forza e consapevolezza. Un inno alla vita, quella vera, che affonda le proprie radici nella terra umida e muschiata e si protende anelante verso un cielo limpido e silenzioso.
I racconti di "Fantasie di stupro" sono molto diversi e si immergono nella quotidianità di tante vite. Storie di donne quindi, quasi tutte narrate in prima persona. Storie emblematiche, allegoriche: a tratti il senso è soltanto intuibile, forse secondario. Le parole sono misurate oppure tonde e ridondanti, lucenti come gioielli. E sono tante, creano suoni, echi, che distraggono dai fatti spingendoli in secondo piano. Si intuisce una ricerca di suoni tipica della poesia ( Margaret Atwood è ancor prima che narratrice una poetessa molto conosciuta) e poi una scrittura che a tratti procede più per immagini e archetipi, per catene di parole e di idee. I finali restano aperti, sospesi, lasciando più dubbi che certezze. Ma personalmente non lo considero un limite: un racconto non deve necessariemnte spiegare qualcosa, è sufficiente che metta in luce - un'emozione, un fatto, un personaggio- così che il lettore possa rifletterci sopra. Non è compito dello scrittore azzardare ipotesi risolutorie poiché, come scriveva Anton Cechov "...egli è, insomma, come un semplice cronista".
Nel racconto "Le vite dei poeti", per esempio, la Atwood lascia intuire come può essere l'esistenza di una donna che scrive poesia e che "di professione" fa solo quello. Mette in luce le paure, le difficoltà, le frustrazioni, ma soprattutto la fatica della creazione. E' molto utile, e anche confortante per chi scrive.
Ne "L'uccello dalle piume splendenti" l'attenzione è ancora sul dolore di una donna, un dolore insospettato persino dal marito, perchè è un sentimento che non urla e non si dibatte, come quelli più profondi, ma che consuma dal di dentro, un giorno dopo l'altro.
In "Training" la descrizione disincantata e onesta delle giornate di un' handiccapata di nove anni dà i brividi: sbatte sulla faccia del lettore tutta l'ipocrisia e il moralismo che circonda il piccolo-grande mondo dei ritardati mentali e non offre consolazioni, probabilmente perchè non ce ne sono.
L'umanità non è granchè in questi racconti: ma ogni tanto è bene ricordarselo.